È tornato il tempo della solidarietà?


Dopo anni di individualismo sfrenato, del profitto prima dell’uomo, del successo personale a discapito della collettività, questa pandemia ha messo repentinamente a nudo le nostre debolezze mostrando – come mai si erano viste prima - le crepe della nostra società; e allora ci aggrappiamo a valori che erano sopiti da tempo.

Che sia tornato il tempo della solidarietà?

A giudicare dallo slancio di umana generosità di molti cittadini che stanno rischiando la propria vita pur di salvarne delle altre, sembrerebbe proprio di sì!

Partiamo allora dal significato della parola “solidarietà”.

La solidarietà è un sentimento di fraternità che nasce dalla consapevolezza di un’appartenenza comune e dalla condivisione di interessi e di fini, e trova espressione in comportamenti di reciproco aiuto e di altruismo. Può instaurarsi tra i membri di un particolare gruppo sociale – ne è un esempio la solidarietà operaia – ma può essere anche un sentimento di fratellanza universale.


Facciamo un passo indietro, e cerchiamo di capire come e perché negli anni passati ed attuali questo spirito solidaristico e di comunità sia venuto meno.


La nostra generazione, quella dei Millennials, venuta dopo quella dei Baby Boomers, è cresciuta in una società diseguale dove è sempre stato recitato il mantra dell’ottimismo adolescenziale, per cui tutti avremmo beneficiato del progresso e dello sviluppo tecnologico, e il capitalismo avrebbe migliorato le vite di tutti.

La nostra generazione è cresciuta a suon di raccomandazioni sul fatto che bisognava studiare bene, e tanto, per ambire ad un lavoro retribuito in maniera dignitosa. Lungo il percorso qualcosa però è andato storto: parole come «debito pubblico», «crisi economica», «precarietà» e «flessibilità» sono diventate parte del nostro lessico quotidiano.

Siamo arrivati all'appuntamento con il mondo del lavoro preparati quanto la generazione passata, anzi forse anche di più, nel mentre però il lavoro si era svuotato del suo significato, e così il dramma per milioni di persone è quello di lavorare tanto per guadagnare poco o nulla.

Se è vero che la tecnologia ha portato molti vantaggi economici, le diseguaglianze sono cresciute sempre di più negli anni lasciando macerie sociali troppo spesso ignorate e ancora da ricostruire. Se è giusto e legittimo che si possano guadagnare immense fortune, dovrebbe essere altrettanto giusto che ognuno abbia una paga sufficiente ad assicurare a sé ed alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa, come recita l’art. 36 della nostra Costituzione.

Eppure, nel nostro paese abbiamo avuto esempi di una certa imprenditoria etica capace di costruire quel “italian dream” che ci ha resi famosi in tutto il mondo.

Mi piace riportare la regola morale dell’imprenditore Adriano Olivetti:

«Nessun dirigente, neanche il più alto in grado,deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minino».

Purtroppo così non è stato, l’incontrollata avidità di pochi ha distrutto la fiducia nella società e nei rapporti umani.

Pensate che lo scorso anno soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale. L’anno precedente queste ricchezze erano concentrate nelle mani di 46 persone.

Questi dati non riguardano solamente i paesi in via di sviluppo.

In Italia, la ricchezza del 5% delle persone più facoltose è pari quasi al 90% della ricchezza posseduta dal 90% dei più poveri.

Come se non bastasse un groviglio di norme permette oggi ai super ricchi di violare il principio di progressività, ex art. 53 Cost., e così i ricchi sono favoriti rispetto ai lavoratori normali.

Grazie all'aiuto dei paradisi fiscali nascondono ogni anno centinaia di miliardi alle autorità fiscali. Secondo un rapporto del Parlamento Europeo del 2019, infatti, soltanto all'interno della stessa UE sono ben sette i paesi - Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi - che hanno le caratteristiche di paradisi fiscali e che consentono tassazioni diverse rispetto agli altri stati membri. In totale, facendo riferimento al 2018, l’evasione fiscale tra i paesi membri dell’Unione pesa circa 800 miliardi di euro annui.


Quanti posti letto in più potremmo avere negli ospedali con queste risorse? Quanti ricercatori e medici in più potremmo assumere? Potremmo aumentare gli stipendi dei lavoratori con redditi più bassi? Potremmo diminuire la tassazione per le piccole imprese? Quest’ultime vessate da burocrazia e sfavorite rispetto alle multinazionali!


Al contrario, le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – sostiene la Direttrice di OXAM Italia Elisa Bacciotti – e le crescenti diseguaglianze appena elencate non fanno altro che alimentare questa crescente rabbia globale. Eppure i governi di tutto il mondo, in particolare l’Europa, il continente dove viviamo, potrebbero migliorare la vita di milioni di persone semplicemente facendo in modo che i super ricchi e le grandi multinazionali paghino le giuste aliquote di tasse, vietando una volta per tutte i paradisi fiscali, ed investendo i miliardi di nuovo gettito fiscale in nuovi servizi per i cittadini, soprattutto in sanità ed istruzione gratuita.


Finita questa pandemia avremo, a mio avviso, uno scopo fondamentale da realizzare: far rinascere quel concetto di bene comune che è svanito da molti anni e, se desideriamo avere un futuro migliore dalle macerie economiche e sociali, dovremo costruire una nuova società fondata sulla solidarietà, una solidarietà che diventi uno stile di vita, un modo di essere all'interno di una comunità in grado di accogliere e proteggere ogni individuo.

Giovanni Marconi

Bibliografia & Sitografia

www.ilfattoquotidiano.it

www.espresso.repubblica.it

www.oxfamitalia.org/

www.ilsole24ore.com

Acemoglu D. e Robinson J.A., "Perché le nazioni falliscono?"

Benasayag M. e Schmit G., "L’epoca delle passioni tristi"