Analfabetismo finanziario: investire sui giovani e sull’Italia.


Negli ultimi anni, a causa di qualche sofferenza nel sistema bancario italiano, non è stato difficile imbattersi in cosiddetti “truffati dalle banche” ritrovatisi in rosso, come la professoressa che ha visto volatilizzarsi 440.000€ di risparmi nella vicenda della Banca Popolare di Bari.

Purtroppo solo il 37% degli adulti del belpaese (secondo quanto emerso dall’ultimo sondaggio di Standard and Poor’s e Banca Mondiale) ha delle conoscenze almeno minime di finanza. Tale dato ci colloca solo al 63esimo posto nella classifica dell’educazione finanziaria (Global Financial Literacy Survey), un risultato poco lusinghiero per quella che dovrebbe essere l’ottava economia globale.

Pertanto il 63% degli adulti italiani non riesce a comprendere nozioni base quali il funzionamento dell’inflazione, il movimento dei tassi di interesse o come si calcola il rischio.

Mentre nel resto del mondo si parla di una finanza sempre più sofisticata e di fintech.


Conseguenze dell’analfabetismo

Ovviamente il danno provocato da tale penuria di conoscenze ha conseguenze enormi in un Paese come l’Italia dove vi è un elevato risparmio privato (molto spesso fermo e dormiente nei CC) ed una situazione pensionistica non delle più rosee, che richiederà sempre più, nel lungo periodo, a persone comuni di scegliere tra una miriade di fondi privati.

Senza dimenticare che ormai la congiuntura macroeconomica, pompata da iniezioni di liquidità, non consente più di investire a “tassi privi di rischio” con rendimenti accettabili.

A tutto ciò si aggiunge un evidente problema politico:

un analfabeta finanziario non potrà mai comprendere appieno una manovra economica e sarà più facilmente vittima di pifferai magici che promettono un ritorno alla sovranità monetaria come panacea di tutti i mali.

I giovani

Per analizzare i dati dei giovani studenti italiani dobbiamo guardare all‘indagine OCSE-PISA 2018, la più completa indagine sui livelli di alfabetizzazione dei ragazzi quindicenni, sviluppata in 20 Paesi del mondo (13 dell’area OCSE e 7 partner).

Da tale rapporto emerge come il 20% dei giovanissimi sia completamente avulso da concetti economici di base: non riescono ad applicare semplici operazioni numeriche di base per rispondere a domande in ambito finanziario o riconoscere il valore di un budget. Mentre meno di 1 studente su 20 risulta avere padronanza dei 5 indicatori individuati dalla ricerca.

Un risultato che colloca il nostro Paese nella parte bassa della classifica, insieme a Stati come la Slovacchia ed il Cile.

Soluzioni

In questo periodo, in cui si sta parlando molto di come utilizzare i miliardi provenienti dall’Europa per la ripresa dalla crisi covid, bisognerebbe forse ragionare sull’investire una percentuale dignitosa in educazione finanziaria al fine di inserire tematiche economiche sin dai primi anni di scuola secondaria per poi differenziare i percorsi nei vari Licei ed istituti professionali.

Non possiamo continuare ad affidarci al solo mese dell’educazione finanziaria (ottobre) ed a sole iniziative portate avanti da privati (banche, fondazioni ecc ecc), ma è ora che lo Stato intervenga per avere un cittadino più educato sotto l’aspetto finanziario: in grado di comprendere la Politica, di potersi difendere da prodotti finanziari pericolosi e di investire con serenità.

Giorgio Di Pietrantonio

[1]https://gflec.org/initiatives/sp-global-finlit-survey/ Sitografia:

https://gflec.org/wp-content/uploads/2015/11/3313-Finlit_Report_FINAL-5.11.16.pdf?x47626