Il sistema ospedaliero alla prova Coronavirus. Ma il Servizio sanitario è (ancora) universale?


L’emergenza che in questi giorni – con discreta dose di isteria collettiva – sta investendo l’Italia possiede almeno un pregio, ovvero mettere alla prova il servizio sanitario nazionale che, di fronte ad un avvenimento inaspettato come la diffusione del virus Covid-19, sembra resistere, nonostante l’assenza di 56 mila medici, quasi altrettanti infermieri e la chiusura di 758 reparti ospedalieri negli ultimi cinque anni.


Nel bilancio dello Stato 2019, la sanità pubblica ha impegnato risorse per 118 miliardi. Una bella cifra, non c’è che dire.

Sebbene l’entità (rilevante) della somma, secondo il Rapporto GIMBE, nel periodo 2010-2019, la spesa pubblica investita in servizi sanitari è diminuita di 37 miliardi di euro. Anno su anno, dunque, lo Stato spende sempre meno, non perché la popolazione abbia bisogno di meno cure, ma perché i conti pubblici non riescono più a sopportare tale impegno finanziario.


Nonostante i tagli, però, in presenza degli allarmi (veri o presunti) di questi giorni i cittadini vengono visitati, curati, sottoposti a tamponi, accertamenti ed esami. Gratis. Tutto pur di scongiurare un’epidemia. Nel resto del mondo, però, la musica è diversa.


Il caso di scuola, in materia di confronti sanitari, sono sempre gli Stati Uniti. Qualche giorno fa un cittadino a stelle e strisce, accusando i primi sintomi influenzali (e forse suggestionato da un possibile contagio) si è recato spontaneamente in ospedale per una visita volta ad accertare la positività al Coronavirus. Al termine dell’accertamento ha dovuto sborsare – di tasca propria – più di 3.000 dollari per un tampone faringeo. La sua assicurazione sanitaria, infatti, non copriva tale tipo di analisi. Cosa succede – si è chiesto Roberto Da Rin sulle colonne de Il Sole 24 Ore – a quei 90 milioni di americani senza assicurazione privata che non possono permettersi tali accertamenti? Ciò sicuramente potrà determinare una diffusione del virus proprio per la indisponibilità dei cittadini a sborsare dollari per tali test, minando gli sforzi pubblici per controllare l'epidemia. È per questo che, in tal caso, il nostro sistema sanitario risulta vincente.


Il dibattito sui costi sanitari pubblici, però, è quanto mai attuale.

A fronte della diminuzione della spesa pubblica italiana, però, sempre nel periodo 2010-2019 la spesa sanitaria personale è cresciuta. Nel 2018, infatti, la spesa sanitaria privata a carico dei cittadini ammonta a quasi 37 miliardi di euro (c.d. spese out of pocket). Il 55% delle famiglie paga di tasca propria soprattutto spese odontoiatriche, visite specialistiche e accertamenti diagnostici, sia a causa delle lunghe liste d’attesa negli ospedali, sia perché gli importi dei ticket a loro carico sono alti. Dove non arriva lo Stato deve per forza arrivarci il cittadino.


Si stima che entro il 2025 la spesa privata crescerà di altri 16 miliardi di euro (!). Il risultato è che sempre più cittadini si dirigeranno verso medici e strutture riservate, senza nemmeno tentare di passare dal pubblico perché, in estrema sintesi, già conoscono la risposta: "torni fra qualche mese". Chi non può permettersi il costo di una visita privata, già oggi, è costretto ad aspettare lo sfoltimento delle lunghe liste di attesa. Oppure rinuncia. Con buona pace dell’urgenza.


Negli ultimi anni per sostenere la spesa medica privata (quei famosi 37 miliardi che gli italiani pagano annualmente non potendo/volendo avvalersi delle prestazioni sanitarie pubbliche) si sono moltiplicati enti privati che – in cambio di un pagamento annuo di una somma di denaro – contribuiscono al rimborso (totale o parziale) della spesa sanitaria effettuata dai cittadini. Ed ecco che anche in Italia, nell’ultimo periodo, si sono affacciate le “assicurazioni sanitarie”, proprio come nei telefilm americani.


L’Agenzia delle Entrate dice che nel 2014 erano 9 milioni gli italiani con un’assicurazione sanitaria integrativa, saliti a quasi 14 milioni nel 2017. Si stima che, da qui al 2025, gli italiani che si appoggeranno al “secondo pilastro” saranno 21 milioni.

Quindi, in estrema sintesi, la tendenza futura è piuttosto chiara: chi ha un buon impiego e potrà permettersi un’assicurazione sanitaria potrà ottenere cure rapide e veloci.

Viceversa, chi non ha un impiego o non ha sufficiente disponibilità economica per sostenere una polizza privata dovrà rivolgersi necessariamente al servizio pubblico, sopportando, di conseguenza, lunghe attese e – non di rado - svariate inefficienze.


Si va verso una Repubblica con due sistemi sanitari, una per chi può pagare e una per chi non può. Siamo sicuri che gli antesignani Padri costituenti pensavano ciò quando mettevano nero su bianco i princìpi della nazione, tra cui l'art. 32 della Costituzione?


Alessandro Alongi: giornalista, collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso un’importante azienda di telecomunicazioni, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti. Collabora con la testata giornalistica “LabParlamento” per cui scrive brevi saggi di cronaca politica, legislativa e società digitale.