Storie di Stage #1



La mia prima porta sul mondo del lavoro si è aperta in un pomeriggio di maggio, durante un veloce viaggio Roma – Milano, quando una brevissima telefonata mi ha comunicato che, di lì a poco, avrei cominciato il mio stage come Digital Planner in una delle più prestigiose agenzie media nel panorama internazionale.


Frequentavo ancora le lezioni del Master universitario che avevo cominciato solo qualche mese prima e da qualche tempo stavo cercando uno stage curriculare che potesse completare, finalmente, il mio percorso di studi. Dopo aver conseguito la maturità classica, ho seguito una delle mie più grandi passioni, ossia le lingue straniere: mi sono quindi iscritta ad un corso di Laurea Triennale in Mediazione Linguistica all'Università degli Studi di Roma Tre. Oltre alle due materie principali, quali l’inglese e il russo, il resto del mio piano di studi era arricchito da corsi inerenti ad un indirizzo di Comunicazione.


Dopo questa prima esperienza accademica, non mi sentivo sufficientemente convinta del percorso lavorativo che si stava aprendo davanti a me e ho deciso di specializzarmi in Marketing e Comunicazione, con un master presso l’Università Bocconi.


Avevo ricevuto già un paio di offerte dopo alcuni colloqui e molte applications, ossia il lungo processo di candidatura sui siti delle aziende, senza sapere, onestamente, quale fosse il lavoro dei miei sogni:

la mia unica certezza era che desideravo una opportunità nel mondo della comunicazione, che si era improvvisamente materializzata nelle mie mani.

E così controllando tra i vari portali di job recruiting (come fashionjobs.it, monster, Indeed e molti siti di grandi compagnie di reclutamento come GiGroup o Manpower), servizi di career coaching messi a disposizione dall'università e l’ormai notissimo Linkedin, ho mandato innumerevoli cv e sono stata chiamata una settimana dopo per un incontro direttamente in sede.


Di quel colloquio ricordo bene che c’era stato un approccio fortemente orientato al candidato, in cui vi era stata particolare cura nel capire quali fossero veramente i miei punti forti e quale fosse il valore aggiunto che potessi portare in agenzia.

Nessun pressure test, nessun trabocchetto, nessuna sensazione di dover dare la risposta da manuale.

E, credetemi, non è per nulla scontato al giorno d’oggi.


La proposta consisteva in un contratto di tirocinio 6+6 con un (decisamente esiguo) rimborso spese e buoni pasto.


Dopo aver investito i soldi della mia famiglia per un corso di specializzazione in una delle università italiane migliori e di conseguenza più costose, avrei sperato in qualcosa in più, seppur conscia di far parte di una minoranza che può ancora farsi forza del supporto economico di mamma e papà.


Orario di lavoro 9-18, dal lunedì al venerdì e con tutta la flessibilità che un contratto di stage richiede (nel bene o nel male).


Nonostante le chiare difficoltà che si sarebbero finanziariamente palesate nel dover farsi bastare quello stipendio in una realtà come Milano, avrei dovuto seguire le attività digital di un importante marchio italiano nel mondo del food ed io ero al settimo cielo.


I primi mesi non sono stati, in effetti, molto semplici.

Quando sei uno stagista, il più delle volte percepisci il contesto intorno a te in maniera piuttosto amplificata:

starò facendo bene? Perché nessuno saluta? Sto sbagliando? Ho messo in copia tutte le persone giuste? Ho rispettato tutte le scadenze? Mi sono persa qualche dettaglio? Sto capendo cosa sto facendo?

Ed alle volte questa incertezza non viene troppo ascoltata o rassicurata.

La verità è che nessuno ti insegna a lavorare nella maniera migliore, ma sta al singolo emulare, carpire, estrapolare quelli che sono i punti fondamentali e necessari a diventare un buon lavoratore. Certamente, più è ampio l’organico aziendale più cresce proporzionalmente il numero di mansioni da dover svolgere, che, tradotto, significa doversela cavare da soli.


Tante volte è la tua curiosità che dovrà suggerirti come trovare una risposta ai tuoi dubbi – ma questo, col senno di poi, è forse parte dello scomodo gioco.


I primi tempi arrivavo persino in anticipo ed ero una delle ultime ad andare via, per fare bella figura, per far vedere quanto io valessi, per far vedere quanto me lo meritassi quel posto.


Spesso però si ripercuoteva sulla mia persona: zero tempo per gli amici, per me stessa o le mie passioni e via dicendo. Il più delle volte rimanevo per capire ciò che non capivo, senza togliere il tempo a nessuno. La pressione di essere un peso, che la mia inesperienza fosse un peso, spesso si faceva sentire.

Il problema è che lo stage viene visto come l’inserimento di una risorsa che debba essere di supporto, senza fornire le giuste solide basi per supportare lo stagista stesso.

Nel mio caso, il vero e proprio tutoraggio è durato le prime settimane, che sono, in realtà, quelle necessarie per capire dove si trova la macchinetta del caffè e chi sono gli altri stagisti con cui poter far gruppo.

Imparare come fare un piano media, cosa era un piano editoriale, quali fossero le scadenze e i programmi gestionali da dover usare, ogni quanto venivano settate le riunioni e quali fossero i responsabili – questa e tutta un’altra storia: la spiegazione teorica del tutor arriva solo fino a quando non entra in gioco la pratica.

La teoria, infatti, è applicabile solo alla norma, ma basta poco per imparare che sul lavoro si susseguono molte più eccezioni di quanto si possa pensare (e sperare). È stato importante seguire le direttive ed i consigli dei miei superiori, prendere tantissimi appunti e seguire tutti i corsi di formazione, ma non quanto la diretta esperienza e quella sana, pungente.


Nessuno ha mai troppo indagato dove iniziasse o finisse il mio know-how accademico che con tanta cura e per tanti anni ho costruito faticosamente. Sapevo però di essere in un contesto che teneva molto al coinvolgimento dei propri dipendenti, sulla comunicazione di eventi più o meno interni alla realtà lavorativa, su attività di team building e di volontariato aziendale. Da questa serenità relazionale mi sono fatta forza per poter diventare una planner migliore.

Dopo un inizio un po’ burrascoso dal punto di vista emotivo (di cui nessuno parla nel mondo del lavoro) ho avuto la fortuna di essere inserita in un team più ampio e molto collaborativo: eravamo in circa dieci persone ed ognuno era molto specializzato nel proprio lavoro.


Ed è qui che ho cominciato a percepire una sorta di scomodità: vi erano molti flussi, ruoli, scambi e processi a cui non avevo in alcun modo accesso.

Quando si è alle prime armi è importantissimo capire a fondo l’ambiente e il campo in cui si vuole crescere professionalmente e per fare questo è necessario che il tirocinante abbia modo di potersi “sporcare le mani” con un po’ di tutto.

Come si può scoprire il proprio talento se non si ha la possibilità di poter sperimentare?

L’aspettativa che forse mi ero costruita nella mia testa non coincideva esattamente con quella che era poi la posizione effettiva che avrei dovuto ricoprire nel lungo termine e sebbene avessi ormai costruito il mio habitat sicuro, in un contesto quasi ormai familiare, dopo nove mesi ho deciso di accettare una offerta più sfidante e forse più in linea con quelle che, spero, saranno le mie prospettive di carriera.


L’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate” diceva Steve Jobs. “Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.

Ed io, come tutti i miei coetanei spesso additati come scansafatiche o schizzinosi sul mondo del lavoro, stiamo solo cercando di costruirci un futuro che sia all'altezza dei sacrifici nostri e delle nostre famiglie, senza mettere in disparte i nostri sogni.


Chiara Estini